Se esistessero leggi economiche in grado di spiegare la realtà economica stessa non troveremmo le ragioni delle modifiche apportate alle teorie economiche.

E ogni soluzione che viene somministrata ai Paesi sembra insufficiente. Forse è giunto il momento di non trattare più l’economia come una scienza, ma come un insieme di precetti meta-storici e ricataloghiamola come l’espressione puramente storica e “in fieri” delle dinamiche sociali.

Nel porre lo sguardo sui comportamenti economici alla base dell’assetto moderno e contemporaneo difficilmente riusciremmo a focalizzare determinate condizioni di equilibrio.I protagonisti dei nostri giorni sono i vari Letta, Draghi, Lagarde, nel passato prossimo Monti, Fornero e compagnia bella sull’orizzonte italiano. Personaggi di diversa statura, ma accompagnati da un compito: quello di restaurare una economia insanata, per alcuni insanabile.La posizione che occupano nasce dalla diffusa credenza che l’economia goda di uno stato di malattia profonda, coma finanziario che prende le forme dalla crisi del 2009.

Non a caso la Germania, e altri paesi considerati leader non ancora contagiati, agita(va)no la bandiera delle riforme. Il Paese malato deve essere sottoposto all’intervento del tecnico, di modo che l’assetto economico-sociale riprenda le forme abbandonate e ripercorra la strada smarrita. Si sono sprecati paragoni di lucreziana memoria tra cosiddette “riforme lacrime e sangue” e medicina amara ma necessaria.

Risulta ovvio come la scena economica si divida in due sezioni: la situazione economica, ovvero il paziente malato, e l‘intervento economico, ovvero l’intervento chirurgico volto a migliorare una situazione in condizioni non ottimali.Nelle varie conferenze che animano i nostri giorni i vari addetti affermano canonicamente che la via è intrapresa ma è ancora lunga.Siamo dunque entrati in un percorso che l’Italia (affaticata) e l’Europa sono chiamati a intraprendere. La destinazione sembra essere ignota. Potreste obiettare che la direzione è quella di un risanamento, ma esso si rivela solo come locuzione, difficilmente traducibile in fatti, figuriamoci in codici e cavilli.

Non per cavalcare un cavallo di battaglia caro a Marx, ma la diffusa credenza che l’economia regoli, alla stregua dei modelli fisici, tramite leggi (economiche) la realtà (sociale) risulta fallace proprio dalla modificazione stessa degli apparati economici.

Economia: una scienza?

Se esistessero leggi economiche in grado di spiegare la realtà economica stessa non troveremmo le ragioni delle modifiche apportate alle teorie economiche. E ogni soluzione che viene somministrata ai Paesi sembra insufficiente.

Ciò avviene perchè la realtà viene semplificata in modelli. Modelli che, per quanto complessi, rispondono a leggi apparentemente sempiterne.

L’economia, per lo meno quella capitalista, si basa dunque su una meta-storicità di fondo: ovvero le leggi che si propongono di governare la realtà socio-economico in quanto sempre valide si sottraggono alla metamorfosi propria della dimensione storica.

Ogni rivoluzione, ogni ribaltamento di precisi punti di vista, ogni modificazione irruenta di rapporti economici precostituiti è spiegabile all’insegna della precisa categoria storica, del divenire continuo, dall’incedere dei necessari momenti storici

Il tecnico è così chiamato a svolgere un compito più che a occupare un ruolo (storico). Si limita ad applicare i pacchetti di riforme giusti (se siamo fortunati) e il resto vien da sé. Ma la realtà dei fatti appare insoddisfatta, in costante fibrillazione. A un Tremonti succede un Monti, a cui succede un Letta già in balìa del precario equilibrio. Le economie e dunque le politiche economiche sono infatti sottoposte a metamorfosi necessaria perché esse sono epressione dei cangianti modelli e rapporti di produzione (basti pensare come il taylorismo e il fordismo abbiano profondamente modificato le strutture economiche).

Discostiamoci, perciò, dal trattare l’economia come un insieme di precetti meta-storici e ricataloghiamola come l’espressione puramente storica e “in fieri” delle dinamiche sociali.

Giunti ad una concezione di economia  per lo meno storica, ci accorgiamo quanto essa si allontani dalla tradizionale concezione di un economia che ingabbia, stritola e governa la storia anziché esserne espressione.

L’equazione storia-economia risulta più gradita all’occhio che vuole abbracciare una considerazione totalizzante sulla realtà e a uno sguardo che voglia spiegare il carattere mutevole della storia e della economia e il loro reciproco rincorrersi. Deve cadere, dunque, la concezione che vede l’economia come una dottrina destinata a portare l’equilibrio sulla scena sociale, politica e economica. Non perchè essa sia immorale, ma perché è storicamente sbagliata.

Ricordo con amarezza quando si prevedeva una fase di crescita per l’Italia nel 2013. Una previsione economica sconfessata dalla storia, dai dati che dipingono una situazione ancora allarmante.

E ciò avviene perché non è compresa la naturale (e con questo termine indico una peculiarità strutturale, necessaria) tensione che alla base della storia, e quindi dell’economia.

Economia, sistema in tensione

Alcuni fisici sostengono che le condizioni necessarie per la vita sia l’assenza di un equilibrio dato, e che l’equilibrio stesso sia il sintomo della morte di un sistema/organismo. Neanche l’economia si sottrae a tale caratteristica e indossa l’abito di un sistema in tensione, ovvero un insieme di elementi interconnessi tra loro (i rapporti di produzione) in costante metamorfosi necessaria (l’evoluzione dei modelli di produzione).

Il carattere sistematico e “in tensione” dell’economia è ravvisabile nella bolla speculativa, vero nucleo edificante dell’economia moderna e contemporanea. Essa è infatti la scaturigine di importantissime crisi quali quella del ‘600 che agitò i Paesi Bassi (la cosiddetta bolla dei tulipani), quella del ’29 (che trovò la sua vera soluzione nella seconda guerra mondiale) e quella del 2009 nella quale siamo coinvolti in prima persona.

La reale portata storica della bolla speculativa si può intendere solo in relazione al carattere “sistematico” dell’economia.

Essa nasce dalla sostanziale e irrazionale fiducia nella capacità di un titolo di aumentare il proprio valore all’infinito. Molti in questa fase, che chiameremo “fase di accumulazione”, lottano per avere le relative azioni. Esse crescono ma ad un determinato istante, che chiamiamo “punto di saturazione”, l’eccesso di acquisto di un diritto si arresta. Data la sistematicità della economia la fase di accumulo viene pagata tramite un autocorrezione che il mercato fa a se stesso: si entra nello stato di crisi.

La tensione tra il valore finanziario e il valore reale del titolo risulta essenziale. Il titolo cade precipitosamente, la bolla scoppia (proprio come una bolla fisica sottoposta a una tensione superficiale eccessiva), gli speculatori tentano di vendere, il mercato va al collasso. E ciò è dovuta al fatto che il sistema (in questo caso il mercato stesso) non è in grado di soddisfare le condizioni maturate e deve modificare sé stesso per metabolizzare le anomalie economiche.

Il caso della Lehman-Brothers chiarisce la reazione a catena: dal collasso delle azioni dei mutui subprime dovuta allo scoppio della bolla immobiliare ne deriva il collasso della stessa azienda che toglie liquidità alla finanza che in una spirale collassa trascinando in un secondo momento il mercato reale.

Il meccanismo economico risponde alla storia. Una storia che, percorrendo i sentieri del tempo, mai è in equilibrio con se stessa, sempre divora se stessa, nasce e muore generando metamorfosi su metamorfosi…

Tale meccanismo non va inteso come un evento unicamente funesto, frutto del (troppo) libero agire dell’uomo ma risponde, come detto in precedenza, alla storia. Una storia che, percorrendo i sentieri del tempo, mai è in equilibrio con se stessa, sempre divora se stessa, nasce e muore generando metamorfosi su metamorfosi.

Dalla morte di un sistema nasce dunque un nuovo sistema che con la coda dell’occhio rivolta verso il defunto sistema getta il suo sguardo verso il futuro.

Risulta dunque necessario allontanarsi dalla nozione di una economia statica, che cerca di imbrigliare la realtà, pur guardandola con sdegnoso contegno. Abbracciamo una considerazione dialettica dell’economia, ove ogni evento è causa, espressione e conseguenza di un nuovo o vecchio evento, ove ogni dinamica economica apparentemente contingente risulta necessaria in virtù della storia.

Come affermò Leibniz “il presente è gravido dell’avvenire”.

L’economia è spiegabile solo in virtù dell’impalpabile consistenza del presente, dell’impossibilità di segregare la storia, e quindi l’economia, in un attimo, e della naturale tensione che anima la realtà.

In questo modo possiamo intendere la richiesta di flessibilità sul mercato del lavoro come “conditio sine qua non”: l’economia, non percependo se stessa sottoposta a metamorfosi, lo richiede ai propri elementi costituenti: la forza-lavoro.

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