Poco ci è noto della vita di Jan Vermeer, uno dei massimi esponenti della pittura olandese del XVII secolo.

Le sue vicende ci sono quasi completamente sconosciute e le ridotte notizie di cui disponiamo provengono, generalmente, da fonti del tutto formali, quali registri d’archivio, documenti ufficiali ed atti notarili o giuridici.
Inserita nell’ambito della pittura di genere olandese, la sua produzione rappresenta, comunque, un fenomeno eccezionale, se riconnesso al Naturalismo europeo.

Estremamente ridotta è la sua produzione pittorica, ma nei suoi capolavori egli dimostra di aver raggiunto un’originale compiutezza di stile che sostituisce alla narrazione vera e propria del fatto la “descrizione dello spazio, della luce e del colore”.

Poco si sa della sua produzione; nessuna descrizione del suo lavoro e  nessuna documentazione su clienti e committenti, collezionisti privati dell’epoca, per lo più ricchi borghesi, ma anche mercanti, panettieri e birrai, che esponevano i quadri nelle loro abitazioni, chiedendo sempre nuovi soggetti.

A tale proposito vale la pena ricordare che, nello stesso periodo in Italia, erano le grandi committenze istituzionali, come quelle della Chiesa e delle corti principesche, a richiedere forme di arte pubblica e di grande formato, assai diverse dalla pittura di genere olandese .

I capolavori di  Vermeer ritraggono la classe medio-borghese dell’Olanda del XVII e la maggior parte della sua produzione è rappresentata da tele di piccolo formato. I suoi personaggi si muovono in interni ricchi, ma non opulenti, con elementi decorativi e d’arredo che raccontano una cultura fervente ed aperta commercialmente verso il resto del mondo. Le figure, una o due per quadro, sono generalmente intente in semplici azioni quotidiane: i loro gesti rappresentano tutta una gamma di attività, da quelle pratiche alle più intellettuali.

Ritroviamo, così, alcune donne intente nei loro lavori, come la “Merlettaia” e la “Lattaia”, altre dedite a leggere o a scrivere lettere, a suonare uno strumento, o a conversare e perfino a non fare nulla. Così nella “Giovane donna con la brocca d’acqua” ad essere ritratto è un gesto che assume importanza per la luce che lo investe.

La “Donna con la bilancia  in mano” con alle spalle un dipinto con il Giudizio Universale, ci mostra come alcuni suoi quadri possono dare luogo a diverse interpretazioni allegoriche o iconografiche.

La scelta dei soggetti e la resa fedele dello spazio tridimensionale, la luce naturale e l’accurata descrizione dei particolari nelle tele di Vermeer  sono un valido esempio del realismo tipico del Seicento olandese: lo prova la fedeltà con cui riprodusse carte geografiche, mappamondi, strumenti musicali, tutti prodotti del raffinato e colto artigianato locale e fiammingo, presenti nelle case signorili, oggetti d’uso e di ornamento.

Tali oggetti, se pur con variazioni di scena, sono ricorrenti nei suoi quadri e, probabilmente, alcuni facevano parte del suo atelier: spesso vediamo, infatti, la medesima pavimentazione a motivi bianchi e neri, una o più finestre dai vetri a piombo, una serie di sedie, una giacca di seta con bordi di pelliccia indossata dalle modelle, una parure di perle, di collana ed orecchini, tendaggi e alcuni quadri. Non altrettanto si può dire degli oggetti rari e preziosi, come strumenti musicali, tappeti persiani e brocche d’argento dorato, che, forse, erano appartenuti alla suocera, ma che, sembra, al momento dell’inventario post mortem dell’artista, non comparivano più.

Oltre che della prospettiva centrale, gli artisti del periodo, per raffigurare la profondità e le dimensioni degli oggetti, si servivano anche di una serie di sussidi tecnici e strumenti ottici, quali schermi di vetro quadrettato, per trasferire e proporzionare le immagini, lenti ed apparecchi che permettevano di puntualizzare la profondità dei piani e gli effetti di luce e colore e la camera oscura che, per il principio della rifrazione, proiettava un’immagine tridimensionale su una superficie piana.

Sebbene non sia possibile provare l’uso di questi strumenti da parte di Vermeer, tuttavia è molto probabile che se ne sia servito.

Un esempio potrebbero essere quelle tele in cui si osserva una certa sproporzione tra il primo e il secondo piano dovuta, appunto, all’uso di una lente, come nel “Soldato con ragazza sorridente”, o come nella “Merlettaia” in cui l’inquadratura è focalizzata sul secondo piano dove si trova la donna, mentre gli oggetti in primissimo piano appaiono sfocati, come i fili rossi e le nappe del cuscino.

Fattore importantissimo nei suoi quadri è la luce: mai artificiale, precisa, naturale. Le sue opere esprimono un senso di serenità e di armonia, le sue figure sono umane, con i loro visi a volte rivolti verso il pittore, altre volte intenti a leggere con attenzione o a suonare, vestite con lucide sete, raffinati velluti, giacche eleganti bordate di pelliccia.

La scena è semplice: i personaggi e gli oggetti si dispongono secondo rapporti costanti, identificandosi con l’ambiente, eppure mantengono sempre la loro personalità.

La sua scelta cromatica, nella maggior parte dei quadri, è orientata verso una gamma di colori freddi, gialli, azzurri, grigi, bianchi, e neri, resi velati, vividi e trasparenti attraverso la tecnica del “pointillé”, ottenuta applicando sulla tela il colore a piccoli punti ravvicinati. In alcune tele, poi, accosta i tre colori primari, giallo, rosso e blu, senza mediare i passaggi di tono, con una stesura larga e sintetica, dove i grumi di pigmento favoriscono il gioco della luce, che vibra sui personaggi e la stessa ombra è sostanza e colore.

La calma avvolge cose e persone ritratte, come fosse essa stessa materia del quadro ed il tempo sembra sospeso, mentre la vita quotidiana si fa eternità.

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Jan Vermeer: la vita

Dalle indagini condotte tra i vari documenti del tempo si hanno notizie che riguardano la sua famiglia, ma la figura di Jan Vermeer rimane spesso ai margini delle vicende, probabilmente perché l’artista si dedicava in maniera esclusiva alla pittura, isolato dalle complesse vicende che coinvolsero i suoi parenti. Altrettanto impossibile ci è, quindi, comprendere i lati del suo carattere ed il suo pensiero e tutto ciò che si potrebbe  scrivere su di lui al riguardo rappresenta solo una serie di ipotesi non verificabili.

Delft

Nato a Delft, si sa che venne battezzato nella locale Chiesa Nuova, calvinista, il 31 ottobre 1632, secondo figlio di Reynier e Digna. Il padre discendeva da una modesta famiglia di piccoli artigiani. Inizialmente tessitore e vessato dai debiti, dopo numerose peripezie, a partire dal 1631 si dedicò al commercio di opere d’arte e nel 1641 acquistò la taverna “Michelen”, sulla piazza del mercato, situata a piano terreno di una casa dove trasferì la sua famiglia.

Sicuramente il rapporto paterno con artisti e conoscitori d’arte fu importante per le future scelte professionali e la formazione di Jan.

Delft era, in quel periodo, un centro ricco e tranquillo, con un antico borgo medievale ed una lunga tradizione pittorica; inoltre, intorno agli anni Cinquanta vi si stabilirono numerosi pittori che contribuirono ad animare la vita artistica locale.

Rimangono oscuri anche molti aspetti dell’attività  artistica di Vermeer; nulla si conosce della sua formazione  giovanile e rimangono dubbi sulla datazione di alcuni suoi dipinti, sulla loro destinazione e sul loro significato. In mancanza di documenti certi, poi, diverse sono le ipotesi circa l’identità del suo maestro; comunque, non mancarono i contatti con i numerosi artisti presenti a Delft, tra i quali L. Bramer, influenzato dal caravaggismo italiano e Fabricius, allievo di Rembrant (indicato da molti critici come suo maestro), ma con uno stile autonomo incentrato su colori chiari e corposi, semplificazione delle scene e sulla padronanza delle regole prospettiche probabilmente dovuta all’uso di strumenti ottici dotati di lenti particolari.

Indubbiamente ogni ipotesi relativa all’identità dei maestri di Vermeer non può prescindere dal confronto tra le sue prime opere ed i possibili influssi stilistici.

“Santa Prassede”, “Cristo in casa di Marta e Maria” e “Diana e le ninfe” hanno poco in comune con gli altri suoi capolavori: le figure sono imponenti e occupano quasi l’intera superficie pittorica; il loro stile è italianeggiante e lontano dalla tavolozza chiara dei quadri più conosciuti.

Il 4 aprile 1653 Vermeer, probabilmente dopo aver concluso il suo apprendistato come pittore, chiese in sposa Catharina che apparteneva ad una ricca famiglia cattolica e la cui madre, Maria, si era rifiutata di firmare il documento di assenso alle nozze che comunque avvennero il 20 aprile 1653.

Presto si presentarono difficoltà e debiti, tanto che Vermeer e la moglie si dovettero trasferire a casa di Maria, dove vissero per tutta la vita, con i loro 11 figli.  La suocera, benestante, ebbe sicuramente un ruolo fondamentale nella vita del pittore, lo sostenne economicamente e gli permise di dedicare tutto il suo tempo alla pittura.

Sicuramente Vermeer fu un pittore rispettato ed affermato presso la comunità artistica di Delft.

Per due volte fu nominato sindaco della corporazione dei pittori: se ne ha notizia dai diari di viaggio di due gentiluomini in visita al suo atelier. Venne anche chiamato all’Aia in veste ufficiale di stimatore per l’autenticazione di alcune tele.

Si ipotizza, però, che l’attività di Vermeer non fosse sufficiente al mantenimento della famiglia che si basava soprattutto sulle rendite di Maria e Catharina, abituate ad uno stile di vita agiato. La sua situazione economica si dovette ulteriormente aggravare in seguito ai drammatici avvenimenti che interessarono l’Olanda negli anni 1672-1673, quando l’esercito francese di Luigi XIV invase i Paesi Bassi, lasciando povertà e distruzione.

Nel dicembre del 1675, all’età di 43 anni, Vermeer  morì improvvisamente, caduto in rovina e pressato da notevoli preoccupazioni economiche. Alla sua morte alcuni dei suoi quadri andarono all’asta, altri finirono ai suoi creditori: mercanti, panettieri e commercianti di stoffe.

Già dopo tre anni dalla sua morte non si parlava più di lui e delle sue tele; soltanto nel XIX secolo la fama dell’artista si ravvivò per opera del critico francese Thorè e degli elogi di Marcel Proust.

Oggi i suoi quadri sono conservati nei più importanti musei del mondo.

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