Costantino contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio1706 anni fa, sulla riva destra del Tevere, si svolse a Roma una cruenta battaglia civile i cui esiti avrebbero deciso l’indirizzo culturale della storia del mondo.

Il 27 ottobre del 312 d.C., poco più di 1706 anni fa, nel medesimo luogo in cui la jeunesse dorée della capitale si dà serale convegno per l’happy hour ed il serraggio di romantici, quanto inutili, lucchetti si portò a compimento una cruenta, celeberrima battaglia: quella che da Ponte Milvio, appunto, prende il nome.

Fu uno scontro epocale, un evento di quelli che hanno il potere di cambiare il corso della storia, anche se allora pochi se ne avvidero, e segnò lo spartiacque fra la cultura romana e quella cristiana.

La combatterono Costantino e Massenzio: diversi per nascita e cultura, ma identici nel rappresentare l’espressione del potere romano.

L'imperatore Costantino in un ritratto giovanile

L’imperatore Costantino in un ritratto giovanile

Massenzio l'antagonista di Costantino

Massenzio, l’antagonista di Costantino

Eppure il primo è sinonimo di pietas e religiosità (tanto da essere assurto alla gloria degli altari in molte liturgie ortodosse) mentre l’altro è aborrito e vilipeso come “pagano”.

Questa bizzarra visione è quanto di più lontano possa esserci dalla verità storica, giacché Costantino fu tutt’altro che un santo e un legittimo pretendente all’Imperium.

Fu invece protagonista di una serie di circostanze casuali che lo associarono al cristianesimo emergente e vittorioso, a dispetto della sua indole iraconda, violenta e vendicativa.

La Tetrarchia

Sarebbe impossibile comprendere il fenomeno della definitiva affermazione del cristianesimo all’interno di una cultura, quella della “Romanitas”, cui era totalmente alieno, senza inquadrarlo all’interno della crisi del III secolo, sia in termini di valori morali che di potenza militare.

Molte ne furono le cause e non è qui che possiamo esaminarle: fatto sta che a partire dall’Imperatore Decio nel 250, seppur con qualche pausa, si diffuse l’idea che uno dei principali motivi della decadenza dei valori romani fosse la proliferazione del cristianesimo in ogni classe sociale, specie nelle Legioni.

Diocleziano e la Tetrarchia

Quando nel 283 queste acclamarono Imperatore Diocleziano, un dalmata di umili origini che aveva percorso tutti i ranghi della carriera militare fino a coprirsi di gloria come magister equitum, fu subito chiaro che la musica sarebbe cambiata.

Il rude slavo era un uomo con gli attributi giusti e si mise subito al lavoro per fare, come si direbbe oggi, “le riforme”. Oltre a quella economica, rigidissima con effetti che avrebbero segnato la società civile fino al Medioevo, nel 285 Diocleziano decise di dividere in due l’Impero, chiamando a governare come co-imperatore, nobilissimus et frater, il suo commilitone Massimiano.

Nel 293 nominò due Cesari, vice-imperatori, Galerio e Costanzo, dando così vita alla «Tetrarchia», il «governo dei quattro»: ciascun Augusto avrebbe governato su metà dell’impero, delegando il governo di metà del proprio territorio al proprio Cesare, il quale gli sarebbe succeduto dopo venti anni di regno.

I Tetrarchi - Venezia, Palazzo DucaleLa Tetrarchia  era stata la risposta necessaria che un impero dai confini immensi ed in disfacimento richiedeva per garantirsi un minimo di governance. Tuttavia l’armonia necessaria per i quattro governanti (Diocleziano e il suo Cesare Costanzo Cloro e Massimiano con Galerio) durò quanto i suoi Augusti. Quando questi abdicarono e Costanzo Cloro morì iniziò una guerra per il potere che vide antagonisti Costantino, il figlio di Costanzo Cloro, e Massenzio, il figlio di Massimiano.

Il conflitto

Sia Costantino che Massenzio si trovavano, chi più chi meno, in condizione di illegittimità di fronte a Galerio e cercarono dapprima un’alleanza, al punto che Massenzio diede in sposa a Costantino sua sorella Fausta.

Ma la situazione precipitò quando, alla morte di Galerio, subentrò come nuovo Augustus Licinio che, d’accordo con l’altro Augustus Massimino Daia, incaricò il Cesare Costantino di scendere in Italia e liquidare Massenzio. Le fonti sono discordanti: quelle pagane indicano che le legioni di Costantino contassero oltre 90.000 fanti e 8.000 cavalieri. Quelle cristiane, più interessate all’enfatizzazione di una vittoria ottenuta miracolosamente che alla verità storica, ci parlano di 40.000 uomini.

Malborghetto e la visione di CostantinoDopo aver vinto due battaglie a Torino e a Verona contro truppe inviate da Massenzio nel tentativo di fermarlo, Costantino scese verso Roma con una parte dell’esercito (forse 25.000 fra fanti e cavalieri) e si apprestò a porre d’assedio l’Urbe accampandosi la sera del 27 ottobre 312 in località Malborghetto al dodicesimo miglio della via Flaminia, dove un arco quadrifronte (ancor oggi visibile, seppur murato - vedi foto) ne ricorda la sosta. Fu in questo luogo che, secondo Eusebio, Costantino ebbe la celebre visione.

Costantino, il guerriero che fu fatto santo

statua colossale di CostantinoLe enormi statue di cui ancora ammiriamo i frammenti in Campidoglio ce lo fanno percepire come un ragazzone enorme, dallo sguardo crudele e dal carattere violento che terrorizzava i suoi coetanei: una specie di Rocky ante litteram.

Si conosce pochissimo della sua gioventù e la sua data di nascita è incerta, ma abbastanza si sa delle travagliata storia d’amore fra il glorioso ufficiale romano che gli fu padre e la sua amante anatolica, di professione tenutaria di locanda. 

Purtroppo le fonti pervenute non sono al di sopra di ogni sospetto, essendo state scritte (quarant’anni dopo e a bocce ferme) dall’agiografo imperiale e segretario particolare Eusebio di Cesarea, che ha fatto di Elena una santa e di Costantino un probo cristiano, tuttavia chiunque può comprendere quale abissale differenza sociale potesse esistere fra Costanzo Cloro, futuro Cesare, ed Elena che non fatichiamo ad immaginare come venditrice, oltre che di vino, anche di camere … con coperta!

Malgrado tale differenza Costanzo Cloro oltre che un soldataccio doveva essere un uomo di buoni sentimenti se, invitato da Massimiano che lo aveva nominato Cesare d’Occidente a sposare la figlia Teodora, continuò a mantenere rapporti amorevoli con il figlio di quell’unione illegittima ed esotica. Talmente amorevoli che Diocleziano  pretese che Costantino, ormai ventenne, gli venisse affidato, a titolo precauzionale, per essere educato a Nicomedia presso la sua corte.

Moneta di Costantino col simbolo del Sol InvictusLa carriera militare di Costantino fu subito brillante, cresciuto com’era nel mito di un padre generale invincibile, ma giusto ed equilibrato, devoto al Sol Invictus, col quale sembrava avere un patto in virtù del quale da tal dio era sempre stato favorito. Non è un caso che nei territori sotto la giurisdizione di Costanzo Cloro, mentre nel resto dell’impero si perpetravano le nefandezze più orrende nei confronti dei cristiani, non si conobbero persecuzioni.

Fu appunto al Sol Invictus cui Costantino continuò ad essere fedele nel rinnovare il patto paterno.

Il suo avvicinamento successivo alle idee del cristianesimo e addirittura la sua assunzione, di fatto, del Pontificatus Maximus di questa religione durante i procedimenti contro i donatisti e ad al concilio di Nicea, non furono che  un’evoluzione, un affinamento del suo culto solare, in qualche modo già monoteistico.

Massenzio, il cultore della Romanitas

Massimiano, figlio di bottegai serbi, non aveva ricevuto alcuna educazione e preferiva l’azione al ragionamento, al punto che un suo panegirista comparando le sue azioni alle vittorie di Scipione Africano su Annibale, insinuò che non li avesse mai sentiti nominare. 

MassenzioSuo figlio Massenzio, invece, cresciuto insieme a Costantino a Nicomedia, alla corte di Diocleziano, fu raffinato cultore delle tradizioni di Roma. Una città che da molti decenni non era più il centro operativo di un Impero governato da militari sempre lontani, occupati com’erano a difendere i confini dai barbari e il loro imperium da traditori e usurpatori.

La Tetrarchia ormai aveva il fiato corto. Ai due Augusti, ritiratisi a meritato riposo, erano succeduti nel 305 i Cesari Galerio e Costanzo Cloro. Massenzio, che si aspettava di divenire Cesare a sua volta, come figlio di Massimiano dovette subire le trame di Galerio che riuscì a far nominare Cesari Severo e Massimino.

Cosa che si complicò quasi immediatamente perché Costanzo Cloro morì nel 306 e le legioni acclamarono come Augustus suo figlio Costantino che presto si accordò con l’Augustus Galerio per legittimare il suo imperium, ridimensionandosi al rango di Cesare.

Si veniva a creare una situazione di diffusa illegittimità, con troppi pretendenti al potere, seppur condiviso. La storia non ci ha tramandato una buona immagine di Massenzio, e non tanto per la “damnatio memoriae” cui lo condannò Costantino, quanto per le opere degli autori dei panegirici e per gli storici cristiani che, nell’intenzione di esaltare l’imperatore, si sentirono in dovere di enfatizzare difetti e vizi del suo avversario.

Eppure Massenzio durante i suoi sei anni di regno si distinse per un vasto programma di costruzioni a Roma, parte essenziale del suo progetto di restituire all’Urbe e alle sue Divinità il ruolo centrale nell’impero, come emerge dal conio delle sue monete, ispirate alle grandi leggende classiche: la lupa che allatta Romolo e Remo e Marte, il dio guerriero padre dei gemelli fondatori.

Un progetto condiviso dai più conservatori, incarnati nel Senato, negli aristocratici e nella guardia pretoriana che lo sollevò alla porpora imperiale, ma null’altro che un sogno romantico perdente in partenza, perché le dinamiche strategiche dell’impero romano ormai avevano promosso altre capitali: Treviri, Milano, Nicomedia e Antiochia.

Vennero realizzate in pochi mesi opere grandiose come la Basilica di Massenzio, il più grande monumento del Foro Romano, fu ricostruito il vicino Tempio di Venere, ampliata la Via Sacra e completata la grande villa suburbana, che si estende tra il secondo e terzo miglio della Via Appia all’interno della quale è ancoroggi visibile un Circo. Si procedette inoltre al restauro e all’elevazione delle mura di Aureliano, che vennero dotate di un fossato ed infine si bonificarono la via Appia fino a Brindisi oltre a diversi acquedotti.

Malgrado questo periodo aureo per l’Urbe che sembrò per qualche anno tornata agli splendori dei Flavii e degli Antonini il governo di Massenzio fu tirannico ed i suoi eccessi gli alienarono le masse che non gli riconoscevano né talento per governare, né l’amore e l’obbedienza dei popoli, giacché per sostenere le sue legioni aveva affamato le città e le province.

Il sogno di Costantino

A differenza del Condé che, a sentire il Manzoni, la notte prima della battaglia di Rocroi se la dormì beato, Costantino ed il suo esercito dovettero passarla del tutto in bianco se è vero che la impiegarono per pittare oltre quarantamila scudi con la croce che il capo si era appena sognato.

A parte la difficoltà di reperire nella campagna romana e nel cuor della notte non meno di 5.000 barattoli di vernice ed un migliaio di pennelli la faccenda appare inverosimile a qualsiasi storico serio e per ben più seri motivi.

Eusebio di Cesarea agiografo di CostantinoIl primo è che del celebre sogno ne parla per primo solo Eusebio di Cesarea, liquidato da Jacob Burckhardt come “il primo storico interamente disonesto dell’antichità”. Eusebio, il primo teologo cristiano al servizio della corte di Costantino a Bisanzio, fu suo agiografo e panegirista ed era interessato principalmente a rendere stabile il nuovo assetto del cristianesimo attraverso la costruzione di una tradizione di legittimità.

Scrisse della visione solo nella Vita Constantinii scritta nel 337, appena dopo la morte dell’Imperatore, mentre nella sua Storia Ecclesiastica (del 324) non ne fa menzione.

L’altro è che del sogno con relativa croce dipinta non c’è traccia nella pietra dell’Arco di Costantino, eretto a Roma nel 315, quando l’Imperatore non aveva ancora “ufficializzato” la simpatia verso il Cristianesimo mantenendo una certa equidistanza tra le religioni, anche per ragioni di interesse politico: tra i rilievi dell’arco appaiono scene di sacrificio a diverse divinità pagane e altre divinità sono presenti anche nei passaggi laterali e sulle chiavi dell’arco.

il sogno di Costantino

“in hoc signo vinces”

È inoltre improbabile che attraverso un espediente che avrebbe potuto avere l’unico scopo di rafforzare una possibile alleanza con i cristiani chiusi nell’Urbe (nel caso di un assedio che poi non ci fu), Costantino potesse correre il rischio di scontentare la maggioranza pagana delle sue truppe.

E allora? Tento di formulare un’ipotesi.

Probabilmente molti reparti fin dall’inizio della campagna portavano impresso sugli scudi e sui labari il segno del sol invictus, cui Costantino era devoto e che è facilmente confondibile con il chi-ro di cui ci parla Eusebio. Il quale era sinceramente convinto che nell’esito della battaglia ci fosse stata la mano del Dio Cristiano.

Da qui al sogno, con la fervida fantasia del creativo vescovo, il passo dovette essere breve!

Esaminiamo tuttavia la possibilità che un fenomeno celeste possa aver dato a Costantino la fiducia nella vittoria e la forza di attaccare le truppe di Massenzio schierate sui campi di Tor di Quinto, spalle al Tevere appena attraversato grazie ad un imponente ponte di barche.

Moneta di Costantino col simbolo del Sol InvictusEbbene anche se un effetto ottico dovuto alla particolare luminosità della costellazione del Cigno in ottobre, avesse suggestionato Costantino è molto più plausibile che egli l’abbia interpretato come un segno della divinità nella cui fede era cresciuto, il Sol Invictus (vedi simbolo a sinistra) piuttosto che con un chi-ro (simbolo al centro) abbastanza diverso dalla classica croce.

il simbolo protocristiano chi-ro

il simbolo protocristiano chi-ro

​Un’ultima considerazione: le prime testimonianze iconografiche o letterarie del chi-ro appaiono dopo il 320, mentre in precedenza il simbolo corrente per il Cristo era l’Ichthýs (pesce, simbolo a destra) che rappresenta l’acrostico greco: «Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr», tradotto: «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore».

​Viene spontaneo domandarsi: perché mai Costantino, per fidelizzare il consenso dei cristiani presenti nelle fila del suo esercito e di quelli che si trovavano dentro Roma, avrebbe dovuto adottare un simbolo a loro sconosciuto?

La grande persecuzione

Diocleziano era stato molto tollerante e aveva dedicato i primi anni del suo imperium a consolidare le frontiere ed a riformare l’esercito, l’amministrazione delle province e il sistema finanziario.

Ma quando gli aruspici, alla vigilia della spedizione contro i Persiani che gli avrebbe assicurato la Mesopotamia e quaranta anni di pace, si dichiararono impossibilitati a trarre i responsi divini a causa della presenza di cristiani nell’esercito, cedette alle pressioni di Galerio e scatenò la più cruenta e diffusa persecuzione della storia romana. Anche per incamerare gli ingenti lasciti dei fedeli delle chiese cristiane ed azzerare un clero che in molte città si stava facendo troppo autorevole, anche tra i pagani.​

La grande persecuzione di Diocleziano Jean-Léon_Gérôme "L'ultima preghiera dei Martiri Cristiani"
L’editto del 303 imponeva la distruzione delle chiese e dei libri sacri, la confisca dei beni, lo scioglimento delle comunità con il relativo divieto di riunioni e l’esclusione dalle cariche pubbliche e dalla cittadinanza romana per i cristiani.

Alla reazione tumultuosa in molte città seguì un secondo editto in cui veniva ordinata la ricerca dei cristiani e l’obbligo per gli arrestati di sacrificare agli dei. Iniziò in tutto l’impero un periodo terribile in cui la caccia al cristiano fu spietata, con atrocità inimmaginabili e migliaia di vittime.

Ciò che viene spontaneo domandarsi è: perché si arrivò a questo, in una cultura che aveva offerto totale libertà ad ogni confessione, dall’egizia alla druidica, dalla mitraica alla solare, dalle misteriche perfino all’ebraismo?

Come conciliare il conclamato sincretismo religioso diffuso in un Impero tollerante e permeabile alle culture dei paesi conquistati con l’immagine che 2000 anni di storia ci hanno dato delle persecuzioni contro i cristiani?

Ed è proprio vero che la “caccia al cristiano” fu così diffusa e continuativa. Che i romani furono dei selvaggi ed i cristiani delle povere vittime sacrificali oggetto del capriccio di qualche imperatore?

Eppure sappiamo che Roma è stata la genitrice del diritto e che ciò che l’ha sempre distinta dalla barbarie o dalle satrapie orientali è stato il profondo rispetto dei diritti e dei doveri dei cittadini. Ebbene, è proprio dal punto di vista del diritto che dobbiamo esaminare la questione: affermando dunque che, giuridicamente, il reato di cristianesimo venne introdotto nella legislazione romana talmente tardi da circoscrivere l’effettiva durata delle “persecuzioni” a meno di quindici anni non continuativi, durante i quali esse furono effettivamente esercitate.

Aggiungendo a questi i periodi in cui i cristiani soffersero lo sfavore di questa o quella amministrazione imperiale, che lasciò che i tribunali perseguissero i denunciati o che la folla si facesse giustizia sommaria, il computo totale degli anni in cui la comunità cristiana ebbe vita dura non arriva a venti. Due decadi terribili, in cui la “caccia al cristiano” fu sistematica e spietata, ma che rispetto ai quasi tre secoli di vita del cristianesimo rappresentano uno scarso 6% del totale.

Al contrario l’atteggiamento dei Romani verso le religioni dei popoli vinti fu sempre di grande apertura e il suo sostanziale sincretismo portava ad accogliere nel pantheon romano qualsiasi divinità straniera: fiorirono ovunque i culti di Iside, Mitra, Cibele e addirittura quello monoteistico del “Sol Invictus”.

Il culto cristiano fu invece profondamente inviso alle classi borghesi e aristocratiche dell’Impero, in quanto promuoveva comportamenti socialmente fastidiosi e pericolosi, minando le basi del sistema economico e rompendo le radici di quel patto con gli dei che assicurava la “pax deorum”, a base della potenza e della fortuna di Roma.

Non si trattava, infatti, di un culto discreto e segreto ma di un messaggio che, attraverso innumerevoli predicatori, talvolta invasati, mitomani e con vocazione al proselitismo, turbava l’ordine pubblico, la gerarchia familiare e diffondeva idee che creavano non pochi problemi tra popolino e schiavi: idee “comuniste” ed imbelli che sconvolgevano un’economia basata sullo schiavismo e sul dominio.

Per ostacolarle, molto più da parte del popolo che delle istituzioni, si fecero circolare sulla setta cristiana calunnie relative a pratiche superstiziose ed abominevoli. I primi cristiani furono accusati di mangiare carne umana, grazie all’interpretazione capziosa delle parole rituali: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Del resto nulla accade di nuovo, sotto il sole: quindici secoli dopo furono i comunisti ad essere accusati di "mangiare i bambini"!

In sostanza possiamo affermare che tutti gli atti ostili di origine governativa, almeno fino alla persecuzione di Decio del 249-251, furono presi sotto la spinta dell’opinione pubblica. Poi quando l’Impero andò in crisi verso la metà del terzo secolo, il cristianesimo iniziò ad essere ufficialmente perseguitato, perché ritenuto responsabile della decadenza del mos maiorum.

Le storie che ci hanno raccontato al catechismo parlano dei romani come di orchi che si dilettavano a torturare nei modi più creativi, talvolta addirittura perversamente eccitanti, delle creature indifese ed angeliche.Sappiamo tuttavia che i romani furono portatori di grandi innovazioni nel cammino della civiltà e del progresso.

Igiene, tecnologia, organizzazione, diritto, istituzioni fecero dell’Impero un luogo dove si viveva ad un livello ben diverso che nel resto del mondo conosciuto, ma dove, tuttavia, la gente comune non poteva dirsi “raffinata” e conduceva una vita povera, in città dalle condizioni igieniche precarie e dalle usanze a forti tinte.

L’abitudine alle guerre, alle violenze, all’esercizio della schiavitù, alla prostituzione femminile, maschile e minorile vissuta come normale, generavano l’assuefazione a divertimenti sempre più crudi, sempre più efferati.Una ancor primitiva evoluzione del senso morale della gente comune, insomma, che possiamo ancor oggi riscontrare nelle fasce sociali più basse, perfino nella nostra cultura occidentale, dove i realities o addirittura il “catch” continuano a fare audience.

In questo contesto vanno giudicate le differenti graduazioni della pena di morte nella doppia accezione di “deterrente creativo” capace di dissuadere a causa della sua terribilità, e “spettacolo gratificante” che desse la massima evasione ad una folla affamata di “effetti speciali”: qualcosa di molto simile all’attuale tv spazzatura!​

Ma non si trattava di abitudini generalizzate: persone come Seneca o Claudio erano non solo annoiate, ma piuttosto disgustate dalla violenza dei giochi gladiatori e delle esecuzioni nel circo.

Lo stesso sembra accadere agli intellettuali di oggi, malgrado molte persone “civilizzate” non disdegnino di guardare la boxe o molti film che mostrano persone squartate e torturate.

Ancora, nulla di nuovo sotto il sole.

L’imbuto

Se Costantino, alla vigilia dell’arrivo sotto le mura Aureliane, cercasse una “quinta colonna” nei numerosi cristiani chiusi al loro interno non lo sapremo mai, per due motivi: il primo dei quali è che l’assedio non ci fu, in quanto Massenzio, non appena seppe che Costantino era accampato sulla Via Flaminia, uscì con l’esercito per dare battaglia sul campo, convinto che la superiorità numerica di quasi due a uno gli avrebbe assicurato la vittoria.

Un gesto avventato che gli sarebbe stato fatale e che gli scrittori cristiani vollero interpretare come l’opera di Dio che avrebbe trascinato il tiranno “come con catene” fuori dalla protezione delle mura di Roma. Inoltre Massenzio attaccò, da stratega dilettante, compiendo alcuni fatali errori. Invece di attendere Costantino schierandosi nei prati della via Flaminia, al di qua del Tevere, fece tagliare il Ponte Milvio per impedirne l’accesso agli attaccanti, costruì un ponte di barche (forse poco prima dell’attuale Circolo Aniene) e ordinò al suo esercito di attraversarlo e di schierarsi lungo l’argine del Tevere, col fiume alle spalle.

il vero campo di battaglia presso Ponte Milvio

il campo di battaglia..

l'imbuto di Ponte Milvio decisivo per la sconfitta di Massenzio

l’imbuto di Ponte Milvio decisivo per la sconfitta di Massenzio

Se possiamo immaginare che circa 20.000 uomini e qualche migliaio di cavalli abbiano impiegato ad attraversarlo non meno di 5 ore, possiamo ancor meglio comprendere in quale precario imbuto si dovettero cacciare quei cavalieri e fanti in rotta che tentavano di guadagnare la salvezza riattraversandolo!

La strategia di Costantino venne facilitata dall’errore: attaccò i fianchi dello schieramento, quello destro che presumibilmente si era attestato dove oggi è il Foro Italico e quello sinistro, nei prati oggi occupati dall’Ippodromo militare, mentre il grosso dello scontro avvenne al centro proprio dove oggi sorge l’immensa caserma dei Carabinieri, ai piedi della collina

Le conseguenze

Della battaglia di Ponte Milvio, combattuta sulla riva destra del Tevere il 28 ottobre del 312 restano ancor oggi tracce significative, che indicano quanto fu cruenta e decisiva: nomi come “Labaro”, “Saxa Rubra”, “Grotta Rossa” sono ancor oggi nella toponomastica di Roma Nord.

Il suo esito è ben noto ed ha segnato, nel bene o nel male, la storia dell’umanità: l’anno successivo Costantino, ormai padrone dell’Italia e divenuto Augusto insieme a Licinio, promulgava insieme a questi il celebre Editto di Milano che poneva fine alle persecuzioni contro i cristiani e decretava la libertà di culto per ogni confessione religiosa.

La cristianizzazione dell’Impero

La cristianizzazione dell’Impero e, in seguito, del mondo occidentale, era ormai iniziata e fu a Ponte Milvio che venne posta la sua prima pietra.

«Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità».

Il Concilio di Nicea, presieduto da Costantino

Il Concilio di Nicea, presieduto da Costantino

Il cristianesimo veniva così giuridicamente equiparato a tutti i culti religiosi praticati nell’impero.

Fatto il diritto, bisognava creare un sistema religioso utile agli scopi imperiali: coeso, diffuso capillarmente sul territorio, di supporto al potere politico e militare. In tutte le diocesi dell’impero i vescovi cristiani iniziarono ad affiancare i funzionari imperiali per poi progressivamente surrogarsi ad essi man mano che la crisi dell’Impero si faceva sempre più acuta.

Quando l’Occidente fu in mano a quelli comunemente definiti “barbari” la religione di Costantino fu l’ultimo baluardo che seppe tenere accesa la fiammella della civiltà e della cultura per traghettarla poi nel mondo moderno.

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