…Quella finestra di Caravaggio a San Luigi dei Francesi! …Vale da sola mille discorsi sulla realtà da lui amata ed evocata!…

la finestra del Caravaggio articolo su Squitt.it di Luigi Massimo Bruno

La finestra del Caravaggio

Quando posso, nei miei andirivieni romani, mi “affaccio” a San Luigi dei Francesi, chiesa di appartenenza transalpina (quasi in spirito esclusivo di extraterritorialità, un lembo di Francia), letteralmente ad “abbeverarmi” al ciclo caravaggesco dedicato a San Matteo.

C’è artista più italico terragno e scorbutico del nostro Merisi? Peccato che debba convivere ab aeternum con le eleganze e le cortesie teatrali tanto francesi (vedere il Lorrain incoronato dalla Musa o una Giovanna d’Arco che incede sul proscenio). Appartato nella sua oscura cappella il Caravaggio respira tutt’altro mondo: colui che dette anima e respiro ai cervellotici labirinti barocchi ravvivandoli di pelle di sangue e di umori che par di sentirne il lezzo di tetra osteria dove Matteo conta i suoi soldi.

Ma non è solo questione di realismo o verismo o naturalismo; non è il dettaglio per il dettaglio, è quel che c’è dentro, la poesia che vi si respira che fa ancora adesso immediata e necessaria una scena immaginata quattro secoli fa. Ma sul realismo di Caravaggio s’è detto di tutto e di più, inutile aggiungere farina.

Ma qualcosa pur mi preme di aggiungere: guardate quella parete spoglia tagliata da una linea d’ombra, quasi una fuga prospettica che lega la mano di Cristo allo stupore di Matteo.

vocazione di San Matteo - Squitt.it

Mai fu così capita amata e vissuta la nuda, tetra, sudicia parete di taverna. Quell’intonaco grigiastro che appena si sveglia al taglio di luce radente, una semplice parete d’osteria umile e desolata che pur racconta di vizi, di miserevoli peccati, torpori di cattivo vino e di cattivi pensieri. E nel mezzo di questa umanissima quinta, non da semplice intervallo, campeggia una finestra…

Ah! Quella finestra!…Vale da sola mille discorsi sulla realtà amata ed evocata dal Merisi!… Quei vetri opachi e ciechi che non riescono a guardar fuori, dai quali non traspare né giorno né notte, contrappunto di disperata racchiusa interiorità a petto dei cieli splendidi e mattutini dei limpidi quattrocentisti. Ma la adamantina idealità di un Perugino è qui stravolta e resa terrestre da un destarsi alle naturali necessità del nostro vivere quotidiano talvolta spoglio, noioso, con poche speranze di salir sulle nuvole.

Tutto questo il Caravaggio, rissoso e “fumantino” frequentatore di osterie ben capiva ed amava. Questa è la verità: capire ed amare la realtà fino ad esserci dentro, teatro della nostra vita, e non semplicemente descriverla pur con maestrìa. Nella dimessa poesia di quella finestrucola di cui par di toccare gli infissi decrepiti e di sentir con mano la rozza porosità di quell’intonaco riposa e vive, forse più che nei pennacchi e nei mantelli dei protagonisti, l’alto lirismo di ciò che è vero, pur fuor dagli schemi e dai proclami veristici.

Perché si dica finalmente, se si vuol definire alla fin fine ciò che è “bello” (secolare se non millenaria questione), diremo che la vera Bellezza vive della Verità, almeno per il Merisi e per chi come me ne ama l’umanissimo tragitto.

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